Va tutto bene, solo c'è la crisi…

Va tutto bene, solo c'è la crisi…

Dopo oltre un decennio di crisi economica muta lo scenario sociale, culturale e psicologico. La ricerca immateriale del senso profondo della vita è ai suoi massimi e sembra esserci ormai uno spazio identitario multidimensionale; le persone non sono più definibili con il proprio lavoro. Come può e come deve cambiare la comunicazione?

"Non esco di casa
no e no
fuori c'è la crisi.

C'è la crisi
e per Natale
cosa mi regalerò?"

Così cantava Ivano Fossati esattamente 40 anni fa. Il ricordo della crisi petrolifera e delle domeniche a targhe alterne era fresco ma si stava per entrare negli anni Ottanta, epoca in cui tutto sarebbe cambiato… Tutto, oppure – semplicemente – soltanto il modo di raccontare le cose.

 

Gli effetti psicologici della crisi economica

Sappiamo che a seguito dei problemi sul lavoro, possono sorgere disturbi emotivi e psicologici che, a partire dall'ansia, possono sfociare in disagi esistenziali e in patologie fisiche. C'è un però, che è ben spiegato dalla psicologa Valentina Ascani: "Alcuni fattori sono in grado di modulare l’impatto che la disoccupazione ha sulla salute mentale: la centralità del ruolo di lavoratore nella vita della persona; la qualità dell’impiego posseduto; l’entità del declino finanziario successivo alla perdita del posto di lavoro; il supporto sociale, le strategie di coping, le aspettative di rioccupazione e la durata del periodo di non lavoro". Il quadro è chiaro e in buona sostanza ci dice che se non si è soli e si perde (caso estremo) il lavoro per poco tempo, tutto sommato è possibile superare il trauma da crisi. La crisi, del resto, anche quando è semplcemente (si fa per dire) arretramento del potere d'acquisto, impone una ridefinizione sociale e individuale di sé. Tornando a quanto si accennava sulla gestione emotiva della crisi, ci sono due elementi da non sottovalutare:

  • la centralità del ruolo di lavoratore nella vita della persona
  • la qualità dell’impiego posseduto.

Se uno "è" il proprio lavoro, una crisi è distruttiva; se il lavoro è fonte di stress, perderlo è meno devastante. Si tratta di asserzioni intuitive e forse banali ma in questo contesto socio-culturale sono necessarie per farci comprendere come, con tutta probabilità, siamo nel bel mezzo di una vera e propria mutazione socio-psico-culturale. Qualsiasi organiso psico-biologico tende a evitare le situazioni di dolore o frustrazione, per questo motivo, quando il lavoro diventa fonte di frustrazione, le persone tendono a rifugiarsi in altre aree della vita.

 

Il Rapporto Coop 2019

Presentato da pochi giorni, il Rapporto Coop 2019 descrive un'Italia al limite del rassegnato: si lavora più degli altri ma si guadagna di meno e dopo un paio di lustri in cui l'andazzo non pare cambiare, è come se il lavoro venisse messo in secondo piano. Ecco che tornano alla ribalta i valori relativi alle relazioni (quelle che mitigano gli effetti psicologici delle crisi lavorative) e che sbocciano prepotentemente le passioni, quelle che invece di punteggiare l'identità sociale delle persone, oggi come non mai la fanno. Si è sempre meno il proprio lavoro, si è sempre più soggetti multidimensionali che investono nella sfera delle passioni, degli hobby, dell'immateriale.

Il rapporto Coop ci mette di fronte anche all'ormai consapevole domanda di tempo e al bisogno, sempre più sentito, di un equilibrio fra lavoro e vita personale.

 

Disinvestire nel lavoro per investire sugli altri aspetti della vita

In poche parole e in estrema sintesi: oggi sono molti gli italiani che non credono più al lavoro come dimensione di realizzazione o riscatto. Riscatto, realizzazione e soddisfazione si conquistano attraverso altri aspetti della vita, dimensioni in cui la frustrazione rispetto alla propria carriera viene bypassata. È soprattutto attraverso queste dimensioni aggiuntive (che portano a definitivo compimento, fra l'altro, una delle possibilità offerte dal web) che si assesta la propria collocazione nel mondo: il portalettere non è soltanto un postino ma si trasforma in critico musicale riconosciuto in Italia e all'estero, l'impiegato non è più solo una grigia figura computazionale ma diventa runner in grado di competere a livello nazionale. Bene, oggi non è più possibile (e la cosa appare ormai definitiva) pensare di rivolgersi al portalettere senza mettere in primo piano la sua identità da critico musicale; stessa cosa per l'impiegato, relativamente ai suoi allenamenti per la corsa.

Niente di nuovo? Beh, in parte, la vera novità è che oggi questi fenomeni assumono le dimensioni e l'importanza di una tendenza.

 

Il tempo: il nuovo valore

Nella contrazione dei tempi per coltivare relazioni e passioni, perdono di importanza (almeno per alcuni segmenti della società) attività indispensabili ma a loro modo onerose come il cucinare (1 ora al giorno nel 1998, 37 minuti nel 2018) e il rassettare casa (l'aiuto domestico sta diventando un trend). Il tempo, quindi, diventa valore prezioso, dimensione considerata necessaria per una vita piena e soddisfacente. Il tempo assume importanza anche quale proiezione futura, come testimonia il bisogno di rispettare l'ambiente ma anche le tendenze emergenti sulla ricerca di fondi pensione e l'interesse verso il testamento biologico: c'è crisi, si guadagna meno e allora si pensa al proprio futuro e a quello dei propri figli.

 

Una crisi che non diventa solo chiusura ed egoismo

Spesso la perdita di potere economico sfocia in chiusura, egoismo rabbioso. In questo caso, pur nell'ondata mediatica di paura (più o meno indotta), il movimento più significativo è verso l'apertura: ambiente, piacere, futuro. Un dato? Il 32% si dichiara preoccupato per la "fuga dei cervelli" contro il 24% che teme l'immigrazione nel nostro Paese.

 

I Perrennials e l'ottimismo

Sono gli over 40 a essere realmente "green", desiderosi di piacere e di senso profondo, a guidare questa presa di coscienza e questo arretramento del ruolo del lavoro. I cosiddetti "Perrennials" si lasciano coinvolgere, sono curiosi, fanno da mentore, sono appassionati, creativi, sicuri di sé, collaborativi, hanno un mondo di pensare globale.

 

Una direzione: la riappropriazione

È finita l'era del dovere, in questo movimento globale di riappropriazione della sfera personale, c'è un terreno simbolico: la salute. Trasformatasi definitivamente in benessere, la salute sta tornando a essere qualcosa di personale (anche fra autodiagnosi errate, inutile nasconderlo) che non può essere affidato a una ricetta medica scritta in maniera automatica da un medico che non guarda e non ascolta. La salute, la propria salute è un terreno sempre più personale e sempre meno appannaggio di altri. Leggere il fenomeno della ricerca di informazioni mediche sul web come una deriva pericolosa è quantomeno riduttivo: le persone vogliono essere protagoniste attive di ciò che le riguarda.

 

La comunicazione al tempo dell'arretramento del ruolo professionale

Come comunicare oggi intercettando il sentito profondo delle persone? Unendo e non separando, aprendo e non chiudendo, scoprendo e non nascondendo. Una comunicazione votata al solo vantaggio economico, al "tornaconto" o all'esclusività potrà avere successo solo per beni ordinari o per target particolari ma a livello globale saranno vincenti il senso di responsabilità, il giusto valore, la condivisione. E naturalmente… la multidimensionalità.

 

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